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testimonianza di Pepi Ro

(nipote di un fornacino)

Si arrivava in Fornace dalla strada in parte ancora percorribile, senza deviazioni, la prima parte del fabbricato era occupato dallo studio dove si gestiva l'andamento dell'opera (naturalmente senza impiegati), appena a destra vi era il pozzo a cui si attingeva acqua per uso familiare, di fianco un sentiero che scendeva verso il fosso che, qui ingabbiato, faceva una cascata, il sentiero scendeva nel prato sottostante e si andata ad allacciare alla strada che partiva di fronte al Madunin (tutta alberata) e arrivava sino al fosso di confine. Appena entrati in fornace si era presi dal grande mucchio di carbone, sulla destra, che arrivava con barete dalla vicina stazione ferroviaria di Santo Stefano.

Tutto intorno alla Fornace poi c'era una fila ben alta e formosa di mattoni cotti pronti per la vendita, gli acquirenti utilizzavano comunemente delle barete, quando arrivava un camion era un evento straordinario. C’era inoltre un sentiero che dall'alto portava verso il canale e sbucava proprio all’inizio del navazon, quel fosso in cemento che serviva una volta per l’irrigazione dei campi oltre il canale.
Dietro queste cataste di mattoni c’era un bosco di alberi che partiva dalla riva del fosso sottostante e arrivava a lambire i mattoni: questi alberi erano il rifugio di tanti fringuelli, verdoni, cardellini, ecc
Da notare: lo stabile era privo di servizi: i maschi si nascondevano per i loro bisogni dietro le cataste, le femmine, più riservate, usavano la stalla ove era ricoverata qualche mucca.

Il datore di lavoro pensava, d’inverno, a far accumulare l’argilla ai fianchi di ogni aiuola (era) da dove il lavorante (a percentuale) attingeva la sera il materiale per il giorno dopo, lo bagnava con un palot attingendo l’acqua da un ruscello che passava nelle vicinanze, pigiava tale molta sino a renderla maneggiabile. Questa argilla la si prendeva nei campi vicini con dei vagoncini o con barete vicino al Po, alle budrie (acquitrino così denominato).

Il giorno dopo alle 4.00 il lavorante era già sul posto per terminare la lavorazione della malta che non doveva essere né dura né troppo molle dopo di che cominciava a fare la lota (mattone non cotto, essiccato al sole in attesa della cottura) da far cuocere, metteva l’argilla in uno stampo per lo più a 2 o 3 settori, la pigiava bene con le mani, in ultimo vi passava sopra con il palmo imbevuto d’acqua, dopo che con una mossa fulminea l’adagiava sull’aia per l'essiccazione. Intanto che lui proseguiva nel suo lavoro c’era o la moglie o la sorella che rigiravano le formelle fatte il giorno prima perché essiccassero bene.

Essiccate le si accatastava di fianco all’era in modo che fra un mattone e l’altro passasse aria per ben finire l’essiccamento e metterle in modo di essere contate facilmente dall’amministratore per la paga che avveniva tanto per 1000 pezzi consegnati, e qui termina l’iter del suo lavoro indipendente, ma bestiale perché in cerca di guadagnare di più.
Ora subentra il personale della fornace che con carriole porta tutte le lote dall’aia nel cuore della fornace mettendole in modo che il fuoco possa passare fra pezzo e pezzo senza fermarsi. Va ricordato che la fornace si accendeva all’inizio della campagna e lo si spegneva al termine del lavoro di cottura generale, le fiamme si spostavano in base al carbone gettato nei comignoli dal fughin (fuochista) come le lancette dell’orologio.

Questa era la gestione nella forma artigianale degli anni precedenti il 1940, dopo con l’arrivo del sig. Virginio Bravi, nuovo affittuario della Fornace, il lavoro è cambiato radicalmente: al posto del lutarol si mise una macchina che produceva 100 volte di più con molto minor tempo, ma di questo periodo manco d’informazioni essendo già un giovincello non avevo più il tempo e la possibilità di assistere ai lavori.

Compito a parte era quello del fughin che consisteva di caricarsi sulle spalle una gerla il carbone che dalla catasta in basso, tramite una scaletta in cotto (che non c’è più) alla cui metà c’era uno stanzino per cambiarsi e mangiare, portava al piano di lavoro ove esistevano moltissime bocchette (durante il funzionamento del fuoco mia zia non cucinava mai in casa, ma sopra questi cappelletti). Come ho già detto il fuoco si accendeva all’inizio della stagione dei lavori e si spegneva quando non c’era più materiale da cuocere e quindi il fuochista lo doveva comandare in modo che non corresse troppo, si spegnesse o si fermasse sul mattone con il rischio di un prodotto non commerciabile, le cosiddette marogne.

Si accedeva all'interno del forno attraverso le aperture che si vedono ancora oggi ai lati del fabbricato, aperture che venivano chiuse di volta in volta che passava il fuoco di cottura che era a regime continuo.
La Fornace veniva accesa all'inizio della stagione e spenta con l'ultima cottura.
Responsabile era il fuochista che ne regolava il fuoco mantenendone un'andatura costante in base all'alimentazione del carbone.
Con un uncino di ferro nella mano sinistra sollevava il bocchettone di ghisa e con la destra munita di una paletta vi introduceva il carbone necessario volta per volta.
Il fuochista non aveva soste, lavorava giorno e notte, a sua disposizione aveva uno sgabuzzino per lavarsi e cambiarsi di abito.
Il fuochista doveva prendere il carbone che proveniva dalla stazione di Santo Stefano e che era immagazzinato sul piazzale di fianco al pozzo, ne riempiva la gerla che caricava sulle spalle e per mezzo di una scala di cotto, non più esistente, saliva al piano di cottura ove rovesciava il contenuto della gerla in ampi contenitori disposti in modo pratico all'alimentazione delle varie bocchette.
Il piano del lavoro del fuochista non era come si vede ora, non c'erano tutte quelle cianfrusaglie di materiale sospeso o sistemato, volgendo il capo verso l'alto si vedevano i coppi del tetto e di lato lo sguardo si posava su tutto il movimento della Fornace: carri e carrette che andavano e venivano per il carico, si poteva dire che dall'alto si teneva tutto sotto controllo.

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