Labor et Onor

Fornace

Home
Curriculum vitae
Bibliografia
Ricerche
Quadri
Sculture
Grafiche
Sinopie
Mostre
Incontri
Rassegna stampa
Appuntamenti
Scrivetemi
Links
Download

testimonianza di Cristina
(figlia di un fornacino)

La Fornace nel 1960
Eravamo poveri come tutti a quell'epoca, una famiglia composta da 6 figli, solo il papŕ che ci sfamava.
Lavorava alla Fornace dal signor Bravi Virginio, affittuario della Fornace, il lavoro era stagionale, solo il periodo estivo, poi nei mesi invernali mio padre si arrangiava in lavori saltuari. Mio padre era addetto alla cottura dei mattoni (fughin). La giornata lavorativa cominciava al mattino alle ore 7:00 e si protraeva fino alle 19:00. Alle 12:30 quando tutti gli altri operai erano a casa per il pranzo e tutto era tranquillo, mia sorella ed io andavamo a piedi a portare il pranzo a papŕ.
Il lavoro terminava a fine autunno, alla Fornace c'era una cava in cui un deposito di argilla che veniva portata da camion, rimaneva tutto l'inverno. A primavera verso Pasqua, si riprendeva la fabbricazione dei mattoni.
Alla cava vi era una scavatrice (draga) a forma di pale che girando scavavano la argilla e la mandavano sui vagoni di un trenino che la portava nel portico dove c'era la macchina che faceva i mattoni, l'argilla veniva fatta passare nella macchina, schiacciata da rulli, veniva lavorata, poi passata nei vari stampi formava i mattoni, le tegole ecc.
I mattoni venivano portati con carrelli e messi a essiccare nei seccatoi (gambetti) che erano delle tettoie ricoperte di tegole, aperte ai lati, si mettevano lunghe file di mattoni ad asciugare, ai lati c'erano i stuoini di paglia (sturoi) si facevano scendere quando pioveva e quando c’era troppo sole.
Al momento giusto i mattoni venivano portati in un grosso magazzino, aspettando il forno libero per la cottura finale, una volta cotti i mattoni erano pronti per la vendita. Si attraversava un cortile e si saliva su di una rampa di legno (ora ne č rimasta solo una parte) dove portava nell’ambiente dove vi erano gli attrezzi per il fughin.
Era un grosso capannone con infiniti buchi nel pavimento (bocchette) coperti da appositi coperti di ghisa che quando si alzavano con una stanga di ferro si vedeva sotto l’interno del forno con i mattoni rossi di fuoco, sopra alle bocchette c’erano delle macchinette la cui funzione era mandare lentamente il carbone all’interno del forno.