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La Fornace

Il territorio della provincia di Lodi, come la maggior parte della pianura padana, è abbondante di terreni argillosi: questo dono della natura è da sempre stato sfruttato per la produzione di manufatti utili all’uomo. Tutti i manufatti creati dall’ingegno umano, per poter essere utilizzati, dovevano essere completati da cottura: da ciò la necessità di creazione di opere atte a questo scopo: le fornaci. Il territorio circostante ne ha messe in evidenza di molto antiche, addirittura del periodo romano, di cui restano però solo poche tracce. Testimonianze più vivide si hanno riguardo a opere più recenti, ovvero le fornaci dell’epoca industriale (fine XIX – inizi XX secolo). Numerose fornaci della zona, una volta cessata la loro attività hanno conosciuto l’irreversibile via della demolizione. Questa non è stata la sorte della fornace di Corno Giovine.

Descrizione della Fornace

La fornace di Corno Giovine, situata nella verdissima campagna del territorio comunale, è di tipo Hoffman (cioè con la pianta allungata, a forma di rettangolo avente agli estremi due semicerchi, coperta da un ampio tetto al centro del quale s'innalza un maestoso camino, e con cottura a fuoco continuo) ed è adibita alla produzione di laterizi (materiali da costruzione come mattoni, tegole, fabbricati per cottura di argilla impastata con acqua). Probabilmente la struttura originale del forno rispettava la caratteristica pianta ovale; oggi invece si possono vedere solo due tunnel paralleli, le cui teste erano chiuse da porte in mattoni refrattari, con una cornice di ferro, ancora esistenti. Si accede all’interno del forno attraverso le aperture ai lati del fabbricato, le quali venivano chiuse di volta in volta per permettere il passaggio del fuoco di cottura.

Sopra le camere di cottura c’è un piano ammezzato formato da un assito dotato di fori (bocchette) comunicanti con i tunnel sottostanti.

Sui fori erano poggiate le stufe contenenti la legna e successivamente il carbone. La Fornace ha un ulteriore piano coperto da un tetto con capriate, che permette il passaggio della lunga ciminiera che partendo dal piano dei tunnel di cottura, attraverso i solai sottostanti, stilla dal tetto, facilitando così la fuoriuscita dei fumi di scarico della combustione. Vi era un altro canale di raccolta calore (oggi non più presente), il quale inviava aria calda al vicino essiccatoio, luogo dove i mattoni, una volta impastati, venivano deposti prima della cottura.

Il deposito di argilla necessaria alla fornace era situato nella cava.

L’argilla, prelevata dai campi vicini o nei pressi del Po era trasportata con vagoncini, barete, o camion e, una volta accumulata nei pressi della fornace rimaneva lì tutto l’inverno. Alla cava vi era una scavatrice (draga) a forma di pale che, girando, scavava l’argilla e la mandava sui vagoni di un trenino grazie al quale l’argilla era trasportata nel portico dove si trovava la macchina che faceva i mattoni. L’argilla veniva fatta passare nella macchina, schiacciata dai rulli, lavorata. Poi, passata nei vari stampi, formava i mattoni.

Questi venivano portati con carrelli e messi a essiccare nei seccatoi (gambetti), cioè tettoie ricoperte di tegole, aperte ai lati, sotto le quali si mettevano lunghe file di mattoni ad asciugare; ai lati erano presenti degli stuoini di paglia (sturoi) che si facevano scendere quando pioveva o quando c’era troppo sole.

Al momento giusto, terminata l’essiccatura, i futuri mattoni, già da ora pronti per la vendita, erano accatastati in modo ordinato di fianco all’aia: qui venivano contati e pagati dal gerente prima dello spostamento nel cuore della Fornace, dove cuocevano. La movimentazione del materiale avveniva con un montacarichi presente su un lato della Fornace e a mano con carriole, per una rampa esterna posta sull’altro lato della Fornace stessa.

Il complesso è completato dalla casa del fornaciaio (col tempo tramutatasi in uno studio per gestire l’andamento dei lavori), dal deposito, dalla cabina elettrica e dai porticati per lo stivaggio del materiale (portici che originariamente erano costituiti da pilastrini di mattoni con travi lignee, sostituiti poi negli anni '50 da porticati cementizi).

La vita in Fornace

Il lavoro in Fornace era stagionale: incominciava in primavera, durava tutta l'estate e finiva in autunno inoltrato.

La giornata lavorativa cominciava al mattino alle ore 7.00 e si protraeva fino alle 19.00, con una pausa pranzo verso mezzogiorno.

Varie erano le mansioni in Fornace e, di conseguenza, diversi erano i compiti svolti dagli operai. Possiamo dire che ognuno di questi lavori si riferiva a una fase della vita del mattone.

Lutarol. Le lote (mattoni non cotti, essiccati al sole e pronti per la cottura) venivano prese da altri lavoranti della Fornace e sistemate nel forno in modo preciso, affinché sia il carbone che cadeva dall'alto, sia la fiamma a corso circolare potessero passare senza troppi ostacoli fra i vari mattoni. Questi lavoranti dovevano sigillare le porte di accesso ai forni e, al termine della cottura, dovevano togliere queste chiusure e prelevare i mattoni cotti.

Il lutarol era un cottimista che prendeva un tanto ogni mille lote consegnate al forno; in caso di pioggia tutto il lavoro era annullato e non percepiva il salario.

Il suo lavoro cominciava ai primi chiarori dell'alba e terminava, alla sera, con la preparazione dell'argilla per il mattino dopo: prima del ritorno a casa, doveva predisporre l'argilla, la quale veniva bagnata con il palot (l'acqua era attinta da un ruscello che scorreva nelle vicinanze), zappata, lavorata con il badile e anche pigiata con i piedi per renderla morbida, uniforme e senza bolle d'aria.

Al mattino, dopo aver reso maneggiabile l'argilla, ne metteva un po' sul bancone, prendeva una manciata di sabbia che stendeva sotto lo stampo in modo che l'argilla non si attaccasse al legno del banco, poi prendeva una manciata di argilla, la metteva nello stampo (a due o tre settori), la pressava con le mani per eliminare le bolle d'aria, la livellava con un listello e poi, intinta una mano nel contenitore dell'acqua al suo fianco, con il palmo lisciava la parte superiore della lota, rendendola priva di grumi.

Dopo di che metteva lo stampo in posizione verticale e si recava nel punto dell'aia predisposto per l'essiccazione, dove, con un movimento repentino e accorto, adagiava il futuro mattone sul suolo che a sua volta era stato cosparso con un leggero strato di sabbia affinché l'argilla non aderisse al terreno. Appena asciutta e manovrabile, la lota veniva rizzata verticalmente per farla essiccare meglio: di questo lavoro erano di solito incaricate le donne di famiglia, sempre presenti e incaricate di portare anche colazione e pranzo. Queste, inoltre, rigiravano le formelle fatte il giorno prima affinché essiccassero bene. Se il tempo era brutto le lote venivano fatte essiccare al secondo piano della fornace. Una volta essiccate, le si accatastava di fianco all'era, in modo che fra un mattone e l'altro passasse aria per ben finire l'essiccamento, e in modo da essere contate facilmente dall'amministratore per la paga, che avveniva tanto per mille pezzi consegnati.

Questa era la gestione nella forma artigianale degli anni precedenti il 1940.

Successivamente il lavoro cambiò radicalmente: al posto del lutarol si mise una macchina che produceva 100 volte di più in un tempo molto più breve.

Terminata questa fase, subentra il personale della Fornace che, con carriole, porta le lote dall'aia nel cuore della Fornace, mettendole in modo che il fuoco possa passare fra pezzo e pezzo senza fermarsi.

Fuochista (fughin). Era il responsabile del fuoco di cottura, il quale era a regime continuo, poiché la Fornace veniva accesa all'inizio della stagione e spenta con l'ultima cottura.

Il fuochista regolava il fuoco nelle due camere di cottura e controllava le varie fasi dei mattoni attraverso le numerose bocchette nella volta, mantenendone un'andatura costante in base all'alimentazione dei granelli di carbone rovente che egli immetteva a pioggia attraverso quei fori.

Con una mano, mediante un uncino di ferro, sollevava il bocchettone di ghisa e, con l'altra mano, munito di una paletta, vi introduceva il carbone necessario volta per volta.

Il fuochista non aveva soste, lavorava giorno e notte; a sua disposizione aveva uno sgabuzzino per lavarsi e cambiarsi d'abito.

Doveva prendere il carbone che proveniva con le barete dalla vicina stazione ferroviaria di Santo Stefano Lodigiano e che era successivamente immagazzinato sul piazzale di fianco al pozzo; ne riempiva la gerla che caricava sulle spalle e, per mezzo di una scala di cotto (ora non più esistente), saliva al piano di cottura, dove rovesciava il contenuto della gerla in ampi contenitori disposti in modo pratico all'alimentazione delle varie bocchette.

Come detto, il fuoco della Fornace si accendeva all'inizio della stagione dei lavori e si spegneva quando non c'era più materiale da cuocere: il fuochista lo doveva quindi comandare in modo che non corresse troppo, che non si spegnesse oppure che il carbone, saltellando tra un mattone e l'atro, si fermasse su uno di essi, con il rischio di un prodotto non commerciabile, le cosiddette marogne.

Testo tratto da: Comune di Corno Giovine, Provincia di Lodi, Corno Giovine si presenta, Corno Giovine (LO), 2007, pp. 20-24;

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